Associare la parola “web” alla parola “anonimato

sembra a prima vista un “nonsense”.

Dopotutto la rete è il luogo dove le nostre foto,
i nostri pensieri, gli status, le nostre opinioni sono in piazza.
Pronti all’uso da parte di tutto il mondo.

Ma esiste un’altra faccia di questa medaglia:
la possibilità di esprimersi attraverso la “maschera” dell’“anonimo”.

E’ il tipico strumento di chi alle Elementari ti spingeva alle spalle e poi ritraeva la manina.
Di chi semina zizzania spettegolando (senza informazioni certe)
Di chi fa il “grande uomo”, ma se poi ci parli di persona alla prima critica
diventa rosso come un peperone.

Ma nella vita bisogna mettersi in gioco e metterci la faccia.
Perché le opinioni ma anche le critiche, se costruttive, ci caratterizzano e ci rendono persone e non numeri.

Il web, se in anonimato, ci rende barbari:
prova ne siano certi commenti ai post, certi giudizi di temi proposti da un #hashtag.

Come certi commenti online il mese scorso sul malore di Bersani, solo perché protetti da un “nome anonimo” o da un “nickname”: il buon gusto insegna a non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi.

Chissà se avrebbero detto certe cose, augurato il peggio ad un essere umano (che è tale a prescindere dalle sue idee) anche mettendo il loro nome e cognome.