Con l’approssimarsi dell’arrivo di San Valentino si è spesso portati a tirar fuori dal cilindro il linguaggio dei fiori, già ampiamente noto in medio-oriente agli inizi del ‘700 e portato successivamente alla nostra attenzione dall’ormai celeberrima Mary Wortley Montagu.

In pochi però sanno che in passato si attribuivano significati simbolici molto forti, addirittura sfacciati, anche ai cibi, compresi frutta, verdura e… pennuti!

Sì, perché, già nel Rinascimento, Giovanni De’ Rinaldi pubblicava un’opera di codifica di quello che era, sia in campo amoroso che cavalleresco, un codice molto preciso e circostanziato. Così andava a finire che i pranzi e le cene attorno a un tavolo divenissero quasi un dialogo continuo con cibarie servite a questo o all’altro commensale per esternare i propri sentimenti.

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Ecco dunque che a una donna poteva capitare di ricevere una bella quaglia (il cui significato se ci pensiamo bene è davvero molto esplicito) come dichiarazione a cuore aperto. Le risposte potevano essere molteplici: se era “sì, sono tutta tua” bastava una mela cotogna ed era fatta! Se invece proprio il pretendente era improponibile, la risposta poteva giungere attraverso un’arancia (ovvero un “no” bello secco) oppure attraverso un cedro, che esprimeva un certo qual dubbio (cederò solo se mi mostrerai che hai intenzioni serie…).

Il fico era simbolo di amore duraturo, mentre con il burro si voleva dire: basta ungermi con belle parole, non attacca!

Verze e cavoli venivano inviati all’indirizzo di signori villani e maleducati e le noci stavano a significare “tu mi nuoci”.

Per conquistarsi una donna quindi non solo fiori, ma una quaglia succulenta cosparsa di maggiorana per “un amore sempre maggiore”. Vedete un po’ voi…

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