“Quale allodoletta che’n aere si spazia
prima cantando, e poi tace contenta
dell’ultima dolcezza che la sazia,
tal mi sembiò l’imago della ‘mprenta…”
(Dante, La Divina Commedia – Paradiso)

La tematica della caccia è sempre stata presente nella storia dell’umanità, perché già l’uomo preistorico per sopravvivere, oltre a cibarsi di frutta e semi, traeva la sua sussistenza dalla caccia di animali e dalla pesca, affinando nel corso dell’evoluzione tecniche sempre più mirate. Cacciare bene voleva dire sopravvivere e non compromettere la sopravvivenza della tribù di appartenenza.

Oggi – dopo quasi 200 mila anni – la caccia esiste ancora e, se per certi popoli è necessaria per procurarsi del cibo, per altri è solo un hobby o un’arte… si parla, infatti, di ‘arte venatoria’. Ma è così necessaria in questi casi? La risposta è “no”, se praticata a fini sportivi, per il solo piacere di uccidere, considerando che molte specie cacciate sono a rischio di estinzione. La situazione è ancora più grave per quelle che non sono sottoposte a protezione per mancanza di una tutela legislativa. Altre volte viene applicata la caccia controllata per contenere le specie selvatiche in esubero (famoso è il caso delle numerose popolazioni di cinghiali) che, senza un adeguato monitoraggio e per la scarsità, se non totale assenza, di predatori, proliferano creando problemi di disequilibrio.

Ancor prima della caccia di contenimento, sarebbe opportuno procedere con piani annuali di monitoraggio che prevedano il censimento delle specie effettivamente presenti sui territori interessati, la loro eventuale ricollocazione (anche se purtroppo i costi per ora sarebbero proibitivi) e l’inserimento dei predatori naturali come orsi e lupi (altro problema di difficile soluzione!). Per riportare ordine laddove l’antropizzazione e l’urbanizzazione hanno causato degli squilibri ecosistemici, non serve ‘uccidere’, ma basterebbe una corretta gestione degli habitat naturali, supportata da un serio management ambientale, rispettando le aree protette, creandone di nuove ed evitando di introdurre animali estranei a quel contesto naturale. I soldi con i quali lo Stato Italiano finanzia la caccia potrebbero essere investiti in questo modo (costruttivo).

È un discorso complesso, con miliardi di sfaccettature e punti di vista diversi a seconda delle posizioni, ma quel che è certo è che le specie a rischio dovrebbero rientrare nelle liste di protezione. In quest’ottica rientra la petizione portata avanti da LIPU e BirdLife Italia per salvare l’allodola (Alauda arvensis) dalla caccia selvaggia e indiscriminata, in quanto specie non protetta che corre il pericolo di estinguersi. Definita il “messaggero dell’alba”, ispiratrice di cantori, poeti e scrittori, il suo nome in sanscrito è bharadvaja, che significa “colui che canta”. Perché deve essere protetta? Allarmanti sono i dati che riguardano questo uccello, che in soli 15 anni – dal 2000 al 2014 – ha registrato una diminuzione della popolazione del ben 45% (dati Mito2000), con un forte calo soprattutto in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, regioni che ospitavano i nuclei più importanti a livello nazionale. Cosa significa questo numero? È come se ogni anno scomparisse una città di 2 milioni di abitanti durante la stagione venatoria. Per tale motivo è importante firmare la petizione al fine di escludere l’allodola dalle specie cacciabili elencate nell’articolo 18 della legge 157/92.

Se volete dare il vostro contributo, firmate anche voi la petizione!

allodola-in-volo

Sorte infausta anche per tre ibis eremita (Geronticus eremita), animali molto rari in Europa, abbattuti a fucilate fra lo scorso settembre e questo ottobre 2016 durante la loro migrazione per lo svernamento dalle stazioni austriache a quelle del nord e centro Italia, caratterizzate da un clima più mite. A tentare di riportare nei cieli italiani l’ibis eremita è il progetto UE Waldrapp con partner in Italia, Germania e Austria , considerato fra i più grandi lavori di conservazione di una specie a livello europeo. La triste vicenda evidenzia quanto grave sia il problema del bracconaggio in Italia e mette a repentaglio l’esito stesso del progetto.

Oltre a cacciare o bracconare specie in migrazione, quindi in un periodo delicato e critico in cui gli animali non possono nascondersi e sono stanchi per lo sforzo compiuto, ad aggravare la situazione è anche la pre-apertura del periodo di caccia, con il conseguente abbattimento di animali giovanissimi, dipendenti ancora dai genitori.

La caccia può rivelarsi pericolosa anche per noi umani, dato il numero di vittime coinvolte ogni anno. Per la sola stagione 2015-2016, ben 111 sono state le persone incidentate, di cui 87 ferite e 24 morte (Associazione Vittime della Caccia)… non un bel bilancio, senza contare gli animali domestici.

A farne le spese è anche l’ambiente per l’inquinamento da piombo dovuto alla dispersione dei pallini in piombo ancora usati dai cacciatori italiani. Non solo hanno conseguenze mortali per molti uccelli, che li considerano cibo, ma inquinano anche le acque e il terreno con danni alla stessa specie umana. Ne vale la pena?

Questi sono solo alcuni esempi della situazione che vige in Italia in tema di caccia e fauna, con la Puglia che si aggiudica il 1° posto per abbattimenti selvaggi (744.724 esemplari cacciati), seguita da Emilia Romagna (376.632) e Lazio (258.228). A peggiorare lo stato delle cose sono i dati frammentati raccolti da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) in merito ai tesserini per la stagione venatoria 2014-2015. Queste informazioni vengono richieste dalla Commissione Europea al Ministero dell’Ambiente per accertare il rispetto dei principi di rigorosa verifica e di costante monitoraggio del prelievo venatorio degli uccelli, come stabilito dalla Direttiva Uccelli 2009/147/CE.

Considerando che su 20 regioni solo 8 hanno fornito dati attendibili, non è possibile “effettuare analisi sufficientemente robuste del prelievo venatorio realizzato nel nostro Paese, che assicurino una valutazione dell’influenza dei metodi e dei tassi di prelievo sulle popolazioni selvatiche atta a permettere una più corretta gestione delle specie ornitiche, soprattutto di quelle caratterizzate da un cattivo stato di conservazione”, come riferito dalla stessa ISPRA.

In queste 8 regioni – che vantano una superficie complessiva di 135.014 km2 pari al 44,80% di quella nazionale – risultano abbattuti 1.862.534 individui appartenenti a 34 specie ornitiche. Altri 95.256 uccelli sono stati il bottino di cacciatori pugliesi ed emiliani al di fuori della propria regione per un totale di 1.957.790 uccelli uccisi.

Inoltre dal rapporto ISPRA si evince che le specie più cacciate nelle 8 regioni sono: tordo bottaccio (Turdus philomelos, 309.103 capi abbattuti), allodola (Alauda arvensis, 159.183), merlo (Tordus merula, 152.520), fagiano (Phasianus colchicus, 151.062) e colombaccio (Columba palumbus, 146.945).

Per saperne di più, leggere qui!